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Archive for Giugno 2009

Al pedofilo! Al pedofilo!

30 Giugno 2009 Nemo Lascia un commento

Sto preparando l’articolo sulle vicissitudini che, in parte, smentiscono i classici gossip da tabloid, riguardanti Michael Jackson.Questo articolo mi ha, però, permesso di riflettere su una cosa.Una volta, dare confidenza ad un bambino era una cosa normalissima e anche bella, ma ultimamente tante cose sono cambiate, ora, chi avvicina un bambino, viene subito visto come un potenziale pedofilo; chiaramente la paura dei genitori è più che giustificata, ma i pedofili sono sempre esistiti e, nella maggior parte dei casi, si tratta di vicini di casa oppure di parenti stessi del bambino.
Come saprete, io ho l’hobby della fotografia; mi dovete credere, ho il terrore di fotografare i bambini. Una volta i genitori erano felici se un fotografo fotografava i loro bambini, ma oggi pensano subito al peggio; io ho un terrore folle di fotografare i bambini proprio perché ho paura di incappare in qualche problema con i genitori. Certo, direte voi, “potresti chiedere il permesso ai genitori”, facciamo un esempio: vedo un bambino che sta raccogliendo un fiore, mi sembra una bella immagine e vorrei immortalarla con uno scatto; vado dai genitori, “salve, posso fotografare vostro figlio mentre raccoglie il fiore?”, i genitori: “mah, non so, come mai? che ci devi fare? che la metti su internet poi?” “se non volete ovviamente no, mi sembra una bella immagine e mi piacerebbe immortalarla” “boh non so, tu che ne dici?” “mah, non lo so, ci possiamo fidare?” “guardate, se mi lasciate il vostro indirizzo email posso mandarvi la foto una volta salvata su computer” “ah, ok, fai pure”; intanto sono passati 20 minuti, il bambino è chissà dove e io ho perso lo scatto.

Così capita che un adulto, a cui piacciono molto i bambini, non può invitarli nel suo parco personale per regalargli una giornata di divertimento o si ritroverebbe a doversi difendere da gravi accuse di pedofilia, considerando il fatto che, anche se fosse dichiarato innocente, sarebbe comunque etichettato per tutta la vita come pedofilo. Ma se fosse stata sua sorella Janet ad invitare i bambini nella sua casa, si sarebbe alzato lo stesso polverone? Io non credo proprio.

Chiaramente con questo post non voglio dire ai genitori di fidarsi di chiunque, ci mancherebbe, però vorrei solamente dire di non basarsi sulle scene che si vedono nei telefilm o nei film e che, spesso, questo comportamento ossessivo nel preservare il proprio bambino da incontri con altre persone, alla lunga potrebbe finire con il traumatizzarlo. Io penso che bisogna insegnare al bambino cosa è giusto e cosa è sbagliato e che, se è sotto la vostra protezione, può stare tranquillo.


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Addio al Re del Pop

26 Giugno 2009 Nemo Lascia un commento

http://www.ildireeilfare.it/wp-content/uploads/2008/07/michele.jpgDa ragazzini non si capisce molto di musica, o meglio non si ha una propria cultura musicale, ci limitiamo ad ascoltare quello che passa per radio o quello che ascoltano i nostri genitori.

Avevo 10 anni e andammo con mia madre ad un Upim in zona San Giovanni, lo ricordo come se fosse ieri. A quei tempi i cd erano ancora cosa per pochi e la gran parte della distribuzione veniva fatta su cassetta, perciò in questi grandi store c’erano dei grossi box di metallo, tipo quelli in cui troviamo le camicie in offerta oggi, con dentro tutte le cassette disponibili. Passando per questi box notai subito una cassetta con una custodia farcita al massimo di elementi che attirò subito la mia attenzione.

poprock-52.jpg image by Tam2Win1

Chiesi a mia madre di comprarmela, conoscevo solo di fama Michael Jackson. Tornai a casa e l’ascoltai, rimasi veramente rapito, per anni la ascoltai a ripetizione fino a, addirittura, rovinare il nastro. Da li poi comprai tutte le cassette dei dischi precedenti e cominciai ad amare questo splendido artista.

Premetto che io odio il ballo ed i ballerini, è una cosa a pelle; Michael Jackson è stato il primo a farmi emozionare con le sue coreografie, bastava lui da solo sul palco per regalare uno spettacolo indescrivibile. Ricordo ancora la videocassetta di moonwalker che, aime, ha avuto la stessa sorte delle audiocassette.

Stamattina quando mia madre mi ha dato la notizia della sua morte tutto si è fermato, ho visto un pezzo della mia giovinezza scomparire per sempre; chiaramente la prima cosa che ho fatto è stata aprire i vari siti di notizie ma purtroppo non si era sbagliata, era vero.

Non potevo certo astenermi dallo scrivere un post di commiato per una delle leggende della musica mondiale che mi ha accompagnato negli anni più belli della mia vita.

Addio Re, non potrò mai ringraziarti abbastanza per tutte le emozioni che mi hai regalato; riposa in pace nell’olimpo dei grandi.

 

P.S.: Siccome ho già letto i commenti delle classiche teste di cazzo male informati, che aprono la fogna e gli danno fiato, sto preparando un post che riassume un pò le vicissitudini passate di Michael. Ci metterò un pò perchè voglio linkare tutte le fonti che trovo e per reperirle ci si mette un pochino visto che il tempo scarseggia.

Il coraggioso, il cagasotto e il vero campione

17 Giugno 2009 Nemo Lascia un commento

Per quello che ho potuto constatare io, per strada ho trovato tre elementi della fauna dueruotistica molto particolari: il falso coraggioso, il falso cagasotto ed il vero campione.

Il falso coraggioso
Il falso coraggioso sceglie sempre la via più semplice, per lui la moto non è una passione, ma semplicemente un oggetto da mostrare agli amici al bar e con cui fare il figo, magari rimorchiando anche qualche ragazza. Qui apro una parentesi, il fatto che il motociclista rimorchia è un falso; alle donne aggrada senz’altro il tipo in moto ma bisogna considerare che la maggior parte di loro non salirebbe su una moto neanche a pagarle, perché la trovano estremamente più scomoda della macchina, preferendo quest’ultima come mezzo di locomozione. Alle donne che amano andare in moto, invece, non piace particolarmente stare appollaiate sul codino di una super-sportiva, preferiscono senz’altro la sella di una comoda stradale e sopratutto non gli piace troppo sfrecciare a 300 all’ora o prendere le curve a 180 km/h.
Tornando a noi, faccio una piccola premessa; per portare una moto è necessaria una patente di tipo A meccanica (per moto con cambio manuale), tuttavia, se si prende una A automatica (per scooteroni etc…, insomma mezzi con cambio automatico), per una assurda legge, dopo 2 anni si trasforma automaticamente in A meccanica.
Ecco che il falso coraggioso sceglie la via più facile; si presenta all’esame con un SH 125, passa l’esame, visto che con un SH 125 lo passerebbe anche una scimmia ben addestrata e si fa questi due annetti in motorino, quando c’è sole splendente, mentre quando ci sono delle sparute nuvole all’orizzonte prende la macchina.
Fast forward di 2 anni, il falso coraggioso è pronto a scatenarsi. Come prima moto non sceglie una Cagiva Mito 125, no, assolutamente. Corre immediatamente da un concessionario Yamaha ed ordina una R1 (180 cavalli di bontà in olio Castrol).
Ovviamente ritiene l’abbigliamento motociclistico da falliti, perciò per andare in moto si veste nel seguente modo:

  • Infradito
  • Pantaloni corti
  • Camicetta a maniche corte aperta davanti
  • Casco aperto non omologato neanche per le biciclette
  • Occhiali da sole

Perché falso coraggioso? Perché a prima vista per i suoi amici, risulta uno con le palle, visto che come prima moto si è comprato un missile; in realtà è abbastanza cagasotto perché alla prima scivolata di routine corre di nuovo al concessionario Yamaha a rivendere la moto ad 1/3 di quanto l’aveva pagata. Ovviamente questa categoria è la preferita dei veri motociclisti a cui piace cambiare moto spesso; se andate da un qualsiasi concessionario, possibilmente grande, troverete sicuramente una sportiva usata per circa 2000 km e poi rivenduta, se chiedete ad un commesso il perché il precedente proprietario se l’è venduta vi risponderà con una frase del tipo: “era un cojone che c’è cascato na vorta, s’è cagato sotto e se l’è rivenduta”.

Il falso cagasotto
Devo dire che è una categoria di dueruotisti che potrebbero anche suscitare invidia per la loro costanza e per la loro testa dura.
Il falso cagasotto non aspetta due anni per prendere il mezzo desiderato, preferisce prendere la patente automatica e guidare un automatico. Tuttavia è lontano dall’essere un tipo tranquillo, vuole il massimo spendendo il minimo; si orienta senza dubbio sugli scooteroni ma vuole battere in potenza le moto più estreme che incontra per strada, senza sapere che gli basterebbe un Liberty Piaggio perché le moto sportive in mezzo al traffico sono totalmente inabili.
Così sfila nei concessionari posando gli occhi su questi scooteroni taroccati da moto, cioè che sono scooteroni ma che consumano e costano come una moto.
Nel 90% dei casi la scelta ricade sull’ormai strafamosissimo t-max della Yamaha, parecchie volte, non contento delle prestazioni base, lo fa modificare dal suo meccanico, perché lui non saprebbe neanche ingrassargli la catena; gli piazza scarico, collettore, centralina più altri ammennicoli totalmente inutili come il faro posteriore con la scritta t-max che si illumina quando frena, le striscette colorate sui cerchioni, il cupolino opaco etc…
L’abbigliamento ovviamente è esattamente identico al falso coraggioso descritto prima.
Dopo tutte le modifiche e le pratiche entrano in strada con questo bidone dell’immondizia truccato da maxi scooter ed il loro primo obbiettivo non è quello di andare a lavoro, ma quello di gareggiare con i motociclisti, poi se per sbaglio si trova nei pressi dell’ufficio allunga e va a lavoro.
Arriva poi il momento che per strada incontra il tanto sospirato motociclista, che sta pensando ai cazzi suoi, ad una velocità moderata, magari con una mano staccata dal manubrio per alzare un po’ la posizione di guida e far riposare le braccia ed i polsi; cosa fa il nostro finto cagasotto? si piega (come se potesse diventare più aerodinamico), apre al massimo il gas da una distanza che permette al cambio automatico di far raggiungere una velocità all’incirca doppia a quella della moto che lo precede, lo passa in velocità ed i casi sono i seguenti:

  • Il motociclista scuote la testa mentre pronuncia la frase “che cojone” e lo guarda allontanarsi con fare rassegnato mantenendo la sua velocità.
  • Il motociclista si sente in vena di dare lezioni; mantenendo la posizione in cui sta, spalanca il gas, neanche ha bisogno di inserire la marcia successiva e lo svernicia in una maniera vergognosa. Il falso cagasotto spalanca ancora di più il gas andando ben oltre i suoi miseri limiti, passa il motociclista che nel frattempo aveva frenato (e c’era un perchè l’aveva fatto). A questo punto il falso cagasotto si ritrova davanti ad una situazione critica che richiede un esperienza di guida che non raggiungerebbe neanche se vivesse per 750 anni e si spiaccica addosso alla macchina che era ferma per girare a sinistra.

Da quest’ultimo caso prende il nome il falso cagasotto. A prima vista può sembrare un cagasotto perché non ha avuto il coraggio di comprarsi una moto ma un bidè con le ruote e invece, pur cadendo, spiaccicandosi, spendendo milioni al mese in multe, si ritrova sempre in sella al suo fedele scooter pronto a nuove avventure.

Il vero campione
Essere leggendario. Per chi ha giocato a Dungeons & Dragons può essere paragonato ai draghi d’oro. Ma chi è il vero campione? Io mi degno di parlarne solo perché ho avuto l’onore di conoscerne alcuni e di incontrarli saltuariamente per strada, li si riconosce subito:

  • E’ quello che, anche il 15 di agosto, con 40 gradi all’ombra, gira con:
    - Scarpe (e non ciabatte)
    - Pantaloni lunghi
    - Giacca di pelle/cordura d’inverno e traforata d’estate con protezioni
    - Guanti con protezioni; traforati d’estate e sportivi/imbottiti d’inverno
    - Casco rigorosamente integrale
    - Paraschiena
  • E’ quello che in città difficilmente supera i limiti consentiti, nonostante tutto arriva prima di chiunque altro. Come fa? Potete superarlo tranquillamente, ma sappiate che, mentre voi appena vedete la curva cominciate a frenare, lui vi passerà in piena tranquillità, leggera pinzatina, se c’è bisogno scala una marcia, butta giù la moto e prende la curva in tutta serenità.
  • E’ quello che quando si crea una situazione di pericolo davanti non si attacca ai freni finendo per la maggior parte delle volte sotto la macchina che lo precede; mantiene lo sguardo fisso e concentrato; da il via ad un gioco rapido di freno, frizione, cambio ed esce dal pericolo in maniera pulita e tranquilla.
  • E’ quello che non vedrete mai sdraiato al bordo della strada con la moto a terra; la sua moto sarà davanti a quella incidentata, sul cavalletto e con le 4 frecce attive e lui sarà piegato sopra all’infortunato sincerandosi delle sue condizioni.
  • E’ quello che prima di girare mette la freccia e guarda negli specchietti retrovisori.
  • E’ quello che quando ti vede da lontano, dalla corsia opposta, ti fa un doppio lampeggio di saluto e quando arriva a 5 – 6 metri di distanza ti risaluta con le dita a V.
  • E’ quello che se ti deve sorpassare non lo fa a 300 all’ora passando a 2cm; rallenta, passa più a largo possibile e, una volta eseguito il sorpasso, accelera di nuovo.

Le descrizioni sono finite, decidete voi chi essere. Ricordate che non basta avere una moto per essere un motociclista; il vero campione è semplicemente un motociclista degno di tale appellativo.


Il mondo dell’IT

16 Giugno 2009 Nemo Lascia un commento


Scartabellavo un po’ il sito della Apple, guardavo le storie delle aziende che hanno adottato Mac nella loro gestione. Mi è rivenuto in mente il discorso dei best workplace, cioè quel premio che assegnano ogni anno all’azienda il cui posto di lavoro è più confortevole; da qui mi è scaturito un ragionamento, cioè di quanto potrebbe essere tranquillo e rilassante il lavoro dell’informatico in Italia e di quanto invece è caotico e stressante.

Chi lavora come informatico già sa come funziona, per chi non fa questo lavoro glie lo spiego in poche righe.
Le case che producono software in Italia si contano sulle dita di una mano, la maggior parte del profitto per le società di informatica, nel nostro paese, viene dai servizi. Offrire servizi vuol dire mettere in piedi asset e strutture per i clienti in modo che possano informatizzare le loro procedure interne o fornire poi servizi ad altri clienti; per la precisione la “casellina” più ambita dalle aziende è il presidio, ovvero parcheggiare un proprio dipendente presso il cliente per anni e anni; questo comporta entrate fisse anche se il dipendente “vittima” di questa procedura rimane un ameba che per anni lavorerà su un prodotto; dovrà pregare Dio di non dover cambiare posto di lavoro o che, se lo farà, la nuova azienda abbia dei lavori sul prodotto su cui ha dormito per tanto tempo. Ma siamo in periodo di crisi (e non parlo solo degli ultimi due anni) e tutti i lavori sono buoni, perciò vediamo un po’ come viene svolto questo lavoro e come potrebbe essere svolto.

CASE: Mario Rossi lavora per la Pizza&Fichi Srl., tra i loro clienti c’è playboy che vuole mettere in piedi un sistema che censisca le conigliette, che gestisca un calendario condiviso per le apparizioni di quest’ultime e che mandi una mail alle dirette interessate per avvisarle di quando avranno lo shooting fotografico. Dopodiché dovrà sviluppare un software che consenta alle conigliette di segnare i giorni che hanno posato, il numero di scatti ed il cliente finale, così da poter essere retribuite in maniera consona.

Nel mondo ideale
Il sysadmin del ced di Playboy imposta un account di VPN per far in modo che il signor Rossi abbia accesso sicuro alla loro rete locale da qualsiasi punto.
Per prima cosa il signor Rossi installa il software necessario, dopodiché configura il tutto per far si che il software di base funzioni a dovere. Dopodiché prende il suo portatile, rigorosamente Mac :p e comincia a sviluppare il software comodamente seduto in casa sua, oppure magari sdraiato su una brandina in giardino/balcone visto che fa abbastanza caldo, oppure nel suo locale preferito mentre sorseggia una bibita fresca, oppure in un parco al fresco e all’aria pura. Questo gli consentirebbe di gestire l’orario di lavoro come meglio crede; se ha un impegno di pomeriggio può impiegare il pomeriggio nel suo impegno e riprendere a lavorare la sera, oppure andarsene al mare venerdì che non c’è casino e lavorare sabato e/o domenica. Quali sono i vantaggi per il signor Rossi? Avrebbe al 100% la possibilità di gestire il tempo come meglio crede, pranzerebbe decentemente a casa invece che nel primo bar a portata di mano, risparmierebbe litri e litri di benzina per andare tutti i giorni dal cliente. In questa situazione, possiamo stare sicuri che il signor Rossi, in breve tempo, riuscirebbe a sviluppare un software eccellente e performante, frutto di un lavoro rilassato e tranquillo che non dia luogo al detto “la gatta frettolosa fece i figli ciechi”. Calcoliamo poi che la maggior parte di noi, finito l’orario di lavoro torna a casa (2 ore sprecate circa tra andata e ritorno, in media in Italia) e parcheggia il computer da una parte fino al giorno dopo, perché lavorare dal cliente, psicologicamente, stanca estremamente di più; mentre invece, stando a casa, magari si può lavorare un po’ anche nell’oretta che passa tra la fine della cena all’inizio del nostro film preferito.

Nel mondo reale
Come potete immaginare la situazione è estremamente diversa se non addirittura opposta.
Il sysadmin del ced di Playboy non concede la VPN neanche sotto minaccia di una lama arrugginita. Il signor Rossi è costretto a fare casa->CED->casa per 68 giorni; facciamo una media di 20km (mi sono tenuto stretto, io ne faccio non meno di 30 ogni giorno). 68 x 20 = 1360km per tutta la commessa. Prendiamo ad esempio una macchina che fa 20km al litro, nei 68 giorni il signor Rossi consuma 68 litri di benzina; prendiamo un prezzo medio della benzina al litro, 1,3€ al litro, vuol dire che il signor Rossi spenderà 88 € circa di benzina per tutta la commessa.
Ad un certo punto dovrà anche mangiare, prendiamo un pranzo base ad un bar, circa 6€, il signor Rossi spenderebbe all’incirca 408€ per tutta la durata del lavoro.
Cosa succede finito l’orario di lavoro? Mezz’ora ad andare + lavoro + mezz’ora a tornare, il signor Rossi torna a casa abbastanza distrutto.
E’ distrutto non tanto per il lavoro, quanto per il fatto che, stare 8 ore (quando va bene, in media per il lavoro IT sono 10) dal cliente, vuol dire non poter avere libertà che si hanno a casa; cambiare posto dove lavorare, andarsi a preparare una bibita fresca, distrarsi un attimo con un po’ di tv o leggendo un giornale, passeggiare per casa, affacciarsi alla finestra per prendere un po’ d’aria fresca, sdraiarsi un attimo per riposare la schiena etc…, questo fa si che il lavoro risulti stressante circa 10 volte di più di come lo sarebbe a casa.

Per mio parere, lavorare da casa (non è fantascienza, in casi molto rari viene fatto e si chiama telelavoro) andrebbe a sanare tanti problemi che la società sta riscontrando:
– Malattie dovute allo stress
– Traffico ormai incontrollato
– Mancanza di tempo libero che costringe le persone a parcheggiare i figli davanti al televisore creando generazioni di decerebrati

E’ vera anche un altra cosa, parecchie persone non possono lavorare a casa perché hanno delle situazioni particolari che non lo permettono; allora per loro come si può fare? Basta adeguare il posto di lavoro.
Prima di tutto i clienti dovrebbero adeguarsi e fornire un accesso VPN di base a tutti i loro fornitori, in questo modo i tecnici possono lavorare dall’ufficio della loro società.
In questo modo il signor Rossi potrebbe sempre lavorare nell’ufficio della Pizza&Fichi Srl, in questo caso torna ad avere senso il fatto di cercarsi un appartamento vicino il posto di lavoro.
A quel punto il signor Dick Head, direttore generale della Pizza&Fichi Srl potrebbe strutturare l’ufficio per renderlo confortevole ai propri dipendenti.

Prendere uno spazio molto ampio, magari diviso in più piani o magari anche con una struttura esterna tipo giardino o terrazza. Dopodiché doterebbe l’ufficio di una connessione wifi protetta con chiave WPA in modo che i dipendenti possano stare dove più gli aggrada. Magari dotare l’ufficio di qualche comfort, non necessariamente strutture di miliardi, basta una macchinetta del caffè, una macchinetta per le spremute o per le bibite fresche, insomma una roba da minibar, se la può cavare con 30€ alla Metro.
In questo modo sono certo, dati alla mano, che la produttività schizzerebbe alle stelle.

Ma perché non viene fatto se è così semplice? Nei libri di informatica dicono che l’era del programmatore nel sottoscala è finita, in gran parte hanno torto. In Italia c’è ancora una mentalità arretrata che associa il tecnico IT al muratore. Ovviamente il muratore deve stare in loco per fare il lavoro, non può costruire un muro a casa e poi portarlo dal cliente, ma il tecnico IT non avrebbe problemi a lavorare da casa grazie proprio agli strumenti telematici, che sono tali proprio perché permettono di lavorare a distanza. Tutto questo va sommato alla mentalità del padrone che spesso risiede nei responsabili IT presso i clienti, cioè la maggior parte dei clienti vuole vedere il tecnico in loco, magari quel tecnico passa la giornata su facebook ma a loro importa vederlo li da loro.
Date un occhiata ai primi 100 luoghi dove si lavora meglio.

Questo è quello che ho constatato io nella mia brevissima carriera di informatico. Se anche voi avete storie o idee simili riguardo al vostro lavoro mandatemele per email, le pubblicherò.


Per gli aspiranti programmatori iPhone

5 Giugno 2009 Nemo Lascia un commento

Ho visto un sacco di ragazzi che si buttano a pesce nel mondo dello sviluppo di applicazioni per iPhone, ma spesso prendono uno scoglio in piena faccia.
Vorrei oggi darvi delle sommarie indicazioni per chi si inoltra in questo mondo:

Prima di tutto dovreste studiare l’Objective-c che è il linguaggio usato per sviluppare le applicazioni su piattaforme Apple (grossomodo), qui trovate una buona guida:

http://developer.apple.com/iphone/library/documentation/Cocoa/Conceptual/ObjectiveC/Introduction/introObjectiveC.html

Capisco tutta via che l’impazienza di iniziare Ë tanta perciò, sopratutto per chi ha già avuto a che fare con il mondo della programmazione, potete cominciare leggendo questa piccola panoramica sull’Objective-c:

http://developer.apple.com/iphone/gettingstarted/docs/objectivecprimer.action

Tutto sommato siete pronti per cominciare a sviluppare le vostre applicazioni; se siete alla prima seguite passo passo questa guida:

http://developer.apple.com/iphone/library/documentation/iPhone/Conceptual/iPhone101/Articles/00_Introduction.html#//apple_ref/doc/uid/TP40007514-CH1-SW1

Spiega come sviluppare la nostra prima applicazione per iPhone, il tutto dettagliatamente spiegato. So che è un pò lungo e ci metterete un pò di tempo ma vi consiglio vivamente di leggerlo tutto e seguirlo passo passo, non saltate neanche un passaggio perché potreste perdere informazioni importanti.

Dopo aver creato la vostra prima semplice applicazione potreste aver voglia di fare qualcosa di più complesso. Questo è il manuale che documenta tutte le possibilità dell’Interface Builder:

http://developer.apple.com/iphone/library/documentation/DeveloperTools/Conceptual/IB_UserGuide/Introduction/Introduction.html

Avrete, in fine, bisogno di conoscere a pieno le potenzialità che offre il Kit di sviluppo, perciò potrete documentarvi presso questa guida:

http://developer.apple.com/iphone/library/documentation/iPhone/Conceptual/iPhoneOSProgrammingGuide/Introduction/Introduction.html

Ovviamente alcune classi, metodi, oggetti etc… saranno a voi sconosciuti, perciò potrete trovare la loro spiegazione in questa reference guide:

http://developer.apple.com/iphone/library/navigation/AllResources.html#//apple_ref/doc/uid/TP40007404

Beh è tutto. La cosa più difficile che ho trovato in questo ambiente di sviluppo è trovare il tempo per smanettarci un pò su. Tuttavia questi sono dei link che mi sono stati utili in quanto ero completamente a digiuno di Objective-c, Cocoa e sviluppo su piattaforme OSX in generale; spero vi possa essere utile.

Buon divertimento!